CORSI DI CUCINA IN INTERNET?

Ma vogliamo essere seri?
Perchè rubare soldi alla gente dicendo che saranno dei professionisti nelle cucine con un corso WEB?
Anche Antonino Cannavacciuolo ci mette la faccia?
NO NON CI CREDO.
Come si fa sentire sapori, odori, capire il sistema di preparazione che, solo con la realtà si può avere, l’assaggio, come lo facciamo, tramite nuove APP create apposta?
MA LA FINIAMO DI PRENDERE IN GIRO LA GENTE?
LA CUCINA PROFESSIONALE E’ UNA COSA SERIA, NON LA SOLITA BAGIANATA DEL WEB, MA SIAMO IMPAZZITI?
Mi chiamano per consigliare se un corso web serve…
NO… NON SERVE A NIENTE, risparmia e prenditi 10 libri dei migliori CHEF. ma nemmeno Italiani, quelli FRANCESI……
Sono sempre più senza parole, nauseato di quello che succede, tra TV e WEB….. si sta rovinando totalmente una professione che… non è nemmeno riconosciuta in questo paese di MALFATTORI.

Ricordiamoci che il CUOCO non ha professione, ma è un OPERAIO generico con specifica.

L’Italia è piena di gente che truffa, poi si lamentano dei politici…..
Ognuno ha quel che si merita….

Corsi di formazione per disoccupati: spreco di soldi pubblici e nessun risultato

Un miliardo di risorse pubbliche è destinato ai corsi di formazione per disoccupati, ma senza i controlli delle Regioni, pochi sono quelli utili e tanti gli abusi

Sono pagati con soldi pubblici ma nessuno li controlla: i corsi di formazione per disoccupati che non aiutano a trovare lavoro.

Le Regioni accreditano e finanziano i corsi che hanno l’obiettivo di aiutare a trovare un lavoro chi non ce l’ha, ma, a parte qualche rara eccezione, non fanno valutazioni per vedere se i disoccupati iscritti, pagati con fondi dell’Europa e dello Stato italiano, trovino poi lavoro grazie a quei corsi. E non sono nemmeno tenute a farlo.

L’accordo con il quale l’Italia fissa gli obiettivi per accedere alle risorse del Fondo sociale europeo per il periodo 2014-2020 avrebbe dovuto rimediare ai disastri della precedente programmazione. La denuncia arriva da due economisti della voce.info, Roberto Perotti e Filippo Teoldi: 7 miliardi e mezzo polverizzati in 500 mila progetti di formazione privi di qualsiasi seria valutazione.

Nel nuovo documento, scrive La Repubblica, tra gli “indicatori di risultato”, che dovrebbero valutare se un corso di formazione è utile o no, si trova: “popolazione 25-64 anni che frequenta un corso di studio o di formazione professionale”, “quota di giovani qualificati presso i percorsi di istruzione tecnica professionale sul totale degli iscritti”, o “rapporto tra allievi e nuove tecnologie come Pc e tablet”. Cioè un corso sarà tanto più apprezzabile e quindi finanziabile quanto più alto sarà il numero dei suoi iscritti, o quanti più tablet saranno messi a disposizione dei suoi studenti.

Per un ente di formazione, dunque, è facile ottenere un finanziamento pubblico: basta raccogliere un certo numero di disoccupati, contattare dei docenti e proporre un progetto formativo alla Regione, senza bisogno di dimostrare che in passato un corso simile ha dato risultati o di conoscere quantomeno cosa cercano le imprese di quel territorio. Su Internet si vendono addirittura kit per aprire corsi standard di formazione con l’indicazione degli uffici pubblici a cui rivolgersi per avere le sovvenzioni.

“Il vero problema – spiega Maurizio Del Conte, responsabile della nuova Agenzia nazionale per il lavoro (Anpal) – è che nella maggior parte delle nostre Regioni il finanziamento dei corsi è del tutto slegato dai risultati di inserimento lavorativo”. “Non solo – aggiunge Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato – la formazione è slegata anche e soprattutto dai bisogni delle imprese che potrebbero assumere e da quelli degli stessi potenziali lavoratori. L’unica strada per farla funzionare è il sistema duale applicato dalla provincia di Bolzano: il che significa ancorare i corsi ai contratti di apprendistato, progettarli insieme alle imprese interessate. Casi positivi li troviamo anche in Lombardia, Veneto, Friuli e a Trento. Lì dove invece non si dà ascolto alla domanda, ecco che la formazione diventa, come è diventata quasi dappertutto in Italia, un grande business autoreferenziale”.

Ogni anno, per la triplice formazione a studenti, disoccupati e lavoratori, partono quarantamila corsi finanziati con fondi pubblici in centinaia di enti formativi. Un totale di oltre 9 milioni di ore, per 670 mila allievi e circa un miliardo di risorse pubbliche o istituzionali, tra Fondo sociale europeo cofinanziato dallo Stato italiano e Fondi interprofessionali gestiti da imprese e sindacati. Al quale si aggiunge il contributo individuale degli utenti. I più gettonati sono i corsi di inglese e informatica che, secondo i dati dell’Isfol, sono proposti dal 37,4% delle strutture. Ma ci sono anche lezioni per animatori teatrali, assistenti di studi legali e operatori sociali telefonici.

Ma l’inutilità non è l’unico problema. C’è chi organizza artificiosamente un corso, già sapendo che un’impresa ha deciso di assumere, per dimostrare che quel corso è servito a creare posti di lavoro. E poi ci sono le truffe vere e proprie: in Sicilia ci sono almeno 200 milioni di fatture fittizie e servizi mai forniti sui 4 miliardi di corsi di formazione messi in campo dalla Regione negli ultimi dieci anni. Per non parlare dei giovani sfruttati con rapporti di lavoro veri e propri, gratuiti e senza contributi, spacciati per tirocini: 500 euro al mese di compenso, quasi sempre pagati in ritardo, e poi alla scadenza dei sei mesi vengono lasciati a casa e viene preso un nuovo tirocinante.

Alessia Albertini per Il Giornale.it